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DEF 2017

6 ottobre 2017

Il 23 settembre il Consiglio dei ministri, su proposta del Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e del Ministro dell’economia e delle finanze Pier Carlo Padoan, ha approvato la Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (DEF) 2017 a cui è allegata la Relazione al Parlamento redatta ai sensi dell’articolo 6, comma 6, della legge n. 243 del 2012.

La nota di aggiornamento al DEF 2017

La “Nota di aggiornamento” viene presentata alle Camere entro il 27 settembre di ogni anno per aggiornare le previsioni economiche e di finanza pubblica del DEF in relazione alla maggiore stabilità e affidabilità delle informazioni disponibili sull’andamento del quadro macroeconomico. Il documento contiene l'aggiornamento degli obiettivi programmatici, le osservazioni e le eventuali modifiche e integrazioni del DEF in relazione alle raccomandazioni del Consiglio dell'Unione Europea relative al Programma di stabilità e al Programma nazionale di riforma.

Allegati:

Premessa del Ministro Padoan alla Nota di aggiornamento al DEF 2017

La presente Nota di aggiornamento offre l’occasione per tracciare un bilancio dei risultati, sia sul versante della crescita e dell’occupazione, sia su quello del consolidamento dei conti pubblici, conseguiti attraverso gli interventi di politica economica e le numerose e articolate riforme strutturali adottate in questi ultimi anni. Risultati che incoraggiano a proseguire il percorso intrapreso per rafforzare ulteriormente una ripresa dell’economia italiana che, dopo anni di profonda recessione, si è manifestata nel 2014, consolidata nel biennio 2015-2016 e ha, infine, preso vigore nell’anno in corso anche in virtù di un contesto di crescita più dinamica a livello europeo e globale, mostrando crescenti segnali di irrobustimento strutturale. Vi hanno contribuito le misure adottate dai Governi in questi ultimi anni con il contributo del Parlamento, che accelerano e rafforzano gli effetti di medio-lungo periodo delle riforme tese ad accrescere il potenziale di crescita, in un contesto di finanze pubbliche sostenibili. La crescita del PIL negli ultimi trimestri ha sorpreso al rialzo, le esportazioni di beni e gli afflussi turistici hanno accelerato e la graduale ripresa degli investimenti fornisce nel complesso segnali incoraggianti, particolarmente evidenti nella recente impennata di produzione e aspettative nel comparto dei beni strumentali.

Continua inoltre la salita dell’occupazione, che si è portata al di sopra delle 23 milioni di unità, una soglia precedentemente oltrepassata solo nel 2008; negli ultimi tre anni sono stati creati circa 900mila posti di lavoro, oltre la metà dei quali a tempo indeterminato. I dati più recenti indicano un ulteriore rafforzamento della crescita nella seconda metà dell’anno. Le prospettive dell’economia beneficiano della rinnovata fiducia degli operatori e del sensibile miglioramento del settore del credito, favorito dagli interventi intrapresi dal Governo per riportare il sistema bancario verso una situazione di normalità. La stima aggiornata del tasso di crescita risulta pari all’1,5 per cento sia nel 2017 sia nel 2018. Il debito pubblico, che pesa sulle prospettive della comunità nazionale e sui margini di manovra dei governi, ha finalmente invertito la tendenza che tra il 2008 e il 2014 ha fatto registrare un incremento in rapporto al prodotto di circa il 30 per cento (dal 99,8 per cento del 2007 al 131,8 per cento): già nel 2015 l’ISTAT ha registrato la prima flessione dopo sette anni di aumenti ininterrotti. Per il 2017 si stima una riduzione rispetto al 2016 e per il 2018 la discesa alla soglia del 130 per cento.

A tutti questi risultati ha contribuito a partire dal 2014 una strategia di politica economica i cui pilastri sono:

  • la progressiva diminuzione della pressione fiscale (scesa di circa un punto percentuale tra 2013 e 2016), conseguita mediante gli interventi di riduzione dell’IRES e del carico fiscale sui lavoratori con remunerazioni più basse, attraverso la corresponsione dell’assegno di 80 euro, la cancellazione della componente Irap sul lavoro dipendente, dell’IMU sui beni strumentali imbullonati e sui terreni agricoli, dell’imposta sulla casa di proprietà e residenza (TASI). Si stima che per effetto di questi interventi i contribuenti italiani pagheranno rispetto al 2013 minori imposte per circa venti miliardi di euro;
  • una serie coordinata di incentivi agli investimenti privati (il piano Industria 4.0) che hanno spinto le imprese ad accrescere la propria capacità produttiva in un momento in cui maggiori opportunità possono essere colte a livello internazionale;
  • un ampio insieme di riforme strutturali;
  • il contrasto alla povertà e alla disuguaglianza;
  • l’oculata gestione delle finanze pubbliche, la cui sostenibilità mira a contenere l’onere del debito e a preservare la stabilità finanziaria;
  • le misure di finanza per la crescita, che contribuiscono ad accrescere e diversificare i flussi finanziari a disposizione dell’economia reale e dei comparti più innovativi.

Una Finanza pubblica sostenibile e favorevole alla crescita

La politica di bilancio condotta dal Governo negli ultimi anni ha dovuto conciliare l’obiettivo di fornire sostegno alla crescita e risposte adeguate ai pressanti bisogni sociali aggravati dalla crisi con quello di proseguire nel consolidamento delle finanze pubbliche, in un contesto caratterizzato da stringenti vincoli finanziari per via dell’elevato debito pubblico. Se l’intonazione della politica di bilancio di un paese a elevato debito non può prescindere dalle esigenze di riduzione del disavanzo, la corretta impostazione del ritmo di consolidamento risulta altrettanto importante per le prospettive dell’economia e la sostenibilità delle finanze pubbliche. Un processo di aggiustamento del disavanzo troppo lento si rivelerebbe inefficace ai fini della riduzione del debito, mentre l’adozione di misure di contenimento troppo severe finirebbe per danneggiare significativamente la crescita. In entrambi i casi l’andamento del rapporto debito/PIL risulterebbe inadeguato rispetto alle aspettative degli agenti economici, degli analisti e dei mercati.

In questi anni il Governo ha pertanto dovuto procedere all’interno di un sentiero stretto, ma tracciato in modo chiaro e coerente, i cui limiti erano segnati da un lato dall’esigenza di riduzione del disavanzo, dall’altro da quella di alimentare la ripresa nascente per mettere definitivamente alle spalle del Paese la recessione. I risultati finora conseguiti sono positivi e contribuiscono a rafforzare la fiducia tra gli operatori economici domestici ed esteri. Gli investimenti svolgono un ruolo cruciale ai fini dell’irrobustimento della ripresa. Per questo tra i principali strumenti della politica economica del Governo rientrano gli incentivi agli investimenti privati e il rilancio di quelli pubblici – oltre agli sforzi di messa in sicurezza a fronte dei rischi sismici e idrogeologici. In passato l’azione di consolidamento dei conti pubblici aveva inciso in misura significativa sulla spesa, contribuendo a mantenere la stabilità finanziaria; ne era tuttavia derivata anche una riduzione della spesa in conto capitale in ragione soprattutto della contrazione degli investimenti delle amministrazioni locali, oggi invece in aumento grazie anche al superamento del patto di stabilità interno.

Il Governo ha inteso invertire questa tendenza: la spesa per investimenti è prevista, infatti, in aumento di circa 3 miliardi tra il 2016 e il 2019, e questa tendenza andrà rafforzata in futuro. A tal fine particolare valenza ha assunto: i) la previsione di un fondo da ripartire per il rilancio degli investimenti infrastrutturali, che dispone di una dotazione complessiva di risorse pari a 47,5 miliardi da utilizzare in un orizzonte pluriennale compreso tra il 2017 e il 2032; ii) l’abolizione del patto di stabilità interno, che limitava le capacità di intervento degli enti locali; iii) la riforma del codice degli appalti, affinata che aiuterà a gestire in modo più trasparente ed efficiente gli appalti pubblici.

Per il 2018 la politica di bilancio continuerà a iscriversi nella strategia che a partire dal 2014 ha assicurato una costante riduzione del rapporto deficit/PIL la stabilizzazione del debito nonché, nel 2015 e poi di nuovo nel 2017, la sua riduzione. In considerazione del miglioramento delle finanze pubbliche, l’obiettivo di indebitamento netto viene posto per il 2018 all’1,6 per cento, garantendo un’accelerazione del processo di riduzione del deficit e un aggiustamento strutturale dello 0,3 per cento. La prosecuzione del percorso di riduzione del disavanzo negli anni successivi punta al conseguimento del sostanziale pareggio di bilancio nel 2020 e all’accelerazione del processo di riduzione del rapporto debito/PIL, che si porterebbe al 123,9 per cento nel 2020. In coerenza con il percorso di politica economica intrapreso dal Governo in questi ultimi anni, la Legge di Bilancio fornirà ulteriore impulso alla crescita e al lavoro, sfruttando anche le complementarità offerte dalle riforme strutturali adottate; l’obiettivo è irrobustire la fiducia e gli investimenti, che stanno supportando la ripresa, accrescendo la produttività e il potenziale. Sterilizzate le clausole di salvaguardia, le risorse disponibili, seppur limitate dall’esigenza di stabilizzazione delle finanze pubbliche e di accelerazione del processo di riduzione del debito, verranno impiegate in scelte selettive privilegiando il sostegno: i) dell’occupazione giovanile; ii) degli investimenti pubblici e privati; iii) del potenziamento degli strumenti di lotta alla povertà.

In tale ambito con l’introduzione del reddito di inclusione – che ha esteso e rafforzato la misura di sostegno all’inclusione attiva – il Paese si è dotato del primo strumento di portata universale con significativa capienza finanziaria, la cui dotazione a regime sarà superiore a 1,8 miliardi annui. Parallelamente, l’Italia è il primo paese avanzato a darsi il compito di monitorare nei documenti programmatici l’evoluzione delle principali dimensioni del benessere, prevedendone l’andamento futuro nonché valutando l’impatto sulle stesse delle politiche intraprese; ne discenderà un arricchimento del dibattito di politica economica, dopo decenni in cui le valutazioni espresse dagli economisti sulla crescita si sono quasi esclusivamente basate sull’andamento del PIL.

Le riforme strutturali per la competitività e la fiducia

La principale sfida per la politica economica è trasformare l’attuale fase di uscita dalla crisi in una ripresa robusta e strutturale, che permetta all’Italia di superare definitivamente una prolungata stagione caratterizzata dal ristagno della produttività e della crescita. A tal fine è necessario continuare ad adottare credibili misure strutturali che innalzino il potenziale di crescita dell’economia, l’occupazione e le capacità innovative e competitive delle nostre imprese in un quadro macroeconomico e finanziario sostenibile.

Il percorso da compiere è ancora lungo, benché alcune riforme comincino a produrre effetti concreti. Per citare alcuni esempi, il mercato del lavoro a partire dal 2015 è divenuto più dinamico con l’introduzione del Jobs Act. La realizzazione di un sistema fiscale più equo, trasparente e orientato alla crescita, accompagnandosi alla riduzione della pressione fiscale alle famiglie e alle imprese, ha accresciuto il grado di cooperazione tra contribuenti e amministrazione tributaria, semplificato e reso più certo il sistema tributario, innalzato la tutela dei diritti dei contribuenti. I diversi interventi adottati in materia di giustizia civile, tra cui le innovazioni di natura organizzativa e l’informatizzazione del comparto, hanno consentito di avviare la strutturale contrazione delle cause pendenti. Gli investimenti in tecnologie avanzate stanno significativamente accrescendo l’efficienza di alcuni rami della Pubblica Amministrazione, portandoli su livelli di eccellenza a livello internazionale.

L’adozione sistematica del processo di revisione della spesa, supportata anche dalla riforma del bilancio dello Stato, ha permesso di contenere le uscite indirizzando i risparmi verso politiche prioritarie per la crescita. Il completamento della riforma del bilancio e l’unificazione della legge di bilancio e della legge di stabilità in un unico provvedimento integrato offrono al Parlamento una nuova modalità di lettura degli effetti delle politiche fiscali e dell’allocazione complessiva delle risorse pubbliche. La centralità della legge di bilancio nel processo decisionale della politica fiscale viene ulteriormente rafforzata dalla possibilità, in precedenza non prevista dalla normativa, di disporre interventi per lo sviluppo compatibilmente con gli spazi finanziari. Si tratta di cambiamenti importanti, che rendono possibile valutare congiuntamente le misure per il reperimento delle risorse, il conseguimento degli obiettivi di finanza pubblica e il finanziamento dei nuovi interventi.

Tra i diversi comparti interessati da interventi di riforma strutturale rientra anche il sistema bancario che ha sofferto della durata e dell’intensità della crisi economica. Nel settore, che nel suo insieme resta sano, sono emersi alcuni isolati casi di crisi o di temporanea difficoltà, che il Governo ha fronteggiato e messo in sicurezza con soluzioni diversificate, nel rispetto delle nuove norme introdotte nell’ordinamento italiano dall’avvio dell’unione bancaria europea. Per favorire inoltre l’irrobustimento del sistema e dei flussi finanziari a disposizione dell’economia reale il Governo ha operato diversi interventi di riforma strutturale volti ad accrescere la concentrazione, la qualità e la resilienza degli operatori presenti sul mercato, rendendone più trasparenti le attività e la governance. Inoltre, è intervenuto per facilitare lo smobilizzo dei crediti deteriorati dagli intermediari e il rafforzamento del relativo mercato – potenziando la capacità di recupero del credito da parte dei prestatori, rafforzando i tribunali specializzati nella gestione del contenzioso delle imprese, introducendo una specifica garanzia sulle operazioni di cartolarizzazione dei crediti in sofferenza. Beneficiando degli interventi intrapresi e del ritorno alla crescita il peso complessivo dei crediti deteriorati ha cominciato a scendere drasticamente negli ultimi mesi, ponendo le basi per l’avvio di un circolo virtuoso tra consolidamento bancario, pulizia dei bilanci e accelerazione della crescita.

Lo scorso agosto, per la prima volta in Italia, è stata approvata la legge annuale per il mercato e la concorrenza, che introduce significative novità in tema di servizi finanziari, assicurativi e professionali, mercato dell’energia, poste e telecomunicazioni, turismo e farmacie; l’obiettivo del provvedimento è di rilanciare la modernizzazione dei comparti coinvolti, stimolare la produttività e la crescita, consentendo ai consumatori di avere accesso a beni e servizi a costi inferiori. Il Governo è al lavoro per definire in tempi stretti i decreti attuativi necessari per la piena efficacia della legge. L’impostazione della politica di bilancio adottata negli ultimi quattro esercizi ha contribuito a far fronte ai costi iniziali legati all’adozione delle riforme e a creare le condizioni favorevoli per l’avvio delle riforme stesse.

L’impatto delle riforme strutturali è stato accompagnato da un insieme coordinato di misure di agevolazione fiscale e di miglioramento del business environment che sta accelerando il rafforzamento del tessuto industriale e il contribuito alla crescita di innovazione e produttività. Gli investimenti pubblici in infrastrutture strategiche sono in aumento, la pressione fiscale per famiglie e imprese è stata ridotta e selettivi sgravi fiscali stanno stimolando gli investimenti in innovazione; parallelamente il sistema bancario sta riguadagnando solidità ed efficienza. All’aumento dei flussi finanziari all’economia reale stanno contribuendo anche gli strumenti introdotti dal Governo con il programma di finanza per la crescita. La prospettiva, concreta e a portata di mano, di raggiungere tassi di crescita reale e nominale più elevati potrà consentirci di accelerare il ritmo di discesa del debito pubblico, a patto di mantenere avanzi primari adeguati e proseguire negli sforzi di riforma.

Europa: una nuova governance per affrontare nuove sfide

Così come in Italia, anche in Europa è forte l’esigenza di accelerare le riforme per consolidare la ripresa dell’economia dopo la crisi. A fronte di una crescita che resta diseguale e in alcune aree fragile, l’aumento delle disuguaglianze e delle migrazioni dal sud del mondo, il terrorismo internazionale e la domanda di sicurezza che ne deriva, l’Unione e i Paesi membri sono chiamati a consolidare i risultati raggiunti, ampliandone perimetro e qualità. L’Europa deve poter far fronte alle nuove sfide adottando nuovi strumenti e una nuova governance, ripartendo dalla centralità della crescita economica, dell’occupazione e dell’inclusione sociale, da affiancare al completamento dell’integrazione monetaria e dell’unione bancaria. Affinché il benessere riprenda a distribuirsi diffusamente tra i cittadini europei sarà necessario innovare le politiche europee e quelle nazionali, aumentando la capacità dell’area e dei paesi membri di aggiustamento agli choc e agli squilibri, anche attraverso una migliore condivisione dei rischi.

Alcune iniziali discontinuità sono state già realizzate, anche in seguito alla costante e intensa azione di stimolo impressa dal Governo italiano sin dalla presidenza di turno del 2014, quali ad es.: la maggiore flessibilità delle politiche di bilancio connessa all’adozione di opportune riforme strutturali e al supporto degli investimenti, che l’Italia ha utilizzato appieno; il Piano Junker e il Fondo europeo per gli investimenti strategici (EFSI) – concepiti per il rilancio di progetti di investimento profittevoli che gli operatori privati da soli non sarebbero riusciti a eseguire o non avrebbero avuto convenienza a realizzare – dei quali l’Italia risulta tra i principali beneficiari. Occorre ora irrobustire ed estendere gli strumenti introdotti, delineando una nuova governance dell’area, in grado di incentivare politiche di bilancio favorevoli alla crescita e riforme strutturali che le completino. In questi anni l’Italia ha prodotto idee e pubblicato contributi al dibattito sul futuro dell’Unione monetaria che stanno acquistando popolarità tra i governi e mettendo radici tra le istituzioni.

Ai fini della corretta impostazione delle politiche macroeconomiche, nell’area valutaria comune è largamente insufficiente affidarsi alla semplice sommatoria delle scelte di politica di bilancio dei Paesi membri, che rischia di risultare pro ciclica e di alimentare squilibri; è necessario assicurare l’efficace coordinamento delle politiche di bilancio, da affidare eventualmente a un Ministro delle Finanze europeo. Beni pubblici europei essenziali per il processo d’integrazione – in primis il mercato unico – vengono oggi messi a repentaglio dalla mancata condivisione degli sforzi per far fronte alle nuove sfide comuni – ad es. l’esigenza di sicurezza, la gestione unitaria delle frontiere, la difesa; ma proprio nella maggiore condivisione dei rischi tra Paesi risiede un forte incentivo all’adozione delle riforme nazionali. Occorrono strumenti in grado di sostenere la crescita inclusiva, quali ad esempio un sistema di assicurazione comune contro la disoccupazione per la Zona Euro, che mitighi gli effetti delle fluttuazioni cicliche sulle finanze pubbliche dei paesi colpiti dagli shock, introducendo una concreta misura di protezione sociale europea.

Tra le misure strutturali assumono particolare rilevanza quelle in grado di favorire le innovazioni di prodotto e di processo. Tenuto conto degli stringenti vincoli di bilancio pubblico, delle tendenze di invecchiamento della popolazione e della crescente concorrenza a livello globale, le prospettive di sviluppo dell’Europa sono legate alle sue capacità di stimolo e rilancio dell’innovazione. In un’area economica integrata si tratta di una sfida da affrontare predisponendo tutti i passi necessari alla costruzione di una “Innovation Union”.

Nel complesso, i risultati raggiunti dall’azione del Governo in questi ultimi anni, contemperando le esigenze di consolidamento delle finanze pubbliche con quelle di supporto alla crescita, sono largamente positivi e disegnano un contesto solido e favorevole al lavoro da compiere nel finale di questa legislatura e nella prossima. All’orizzonte si profilano nuovi scenari e sfide, quali la graduale azione di rientro degli stimoli monetari nelle diverse aree valutarie, l’accentuarsi delle tensioni geopolitiche, l’impatto di eventuali iniziative di protezione commerciale sugli scambi internazionali, l’incertezza delle politiche economiche e i rischi di stallo del processo di riforma dell’UME.

In Italia il numero delle persone in cerca di occupazione, benché in riduzione, resta su livelli elevati. In particolare, la disoccupazione giovanile, che si associa a un elevato rischio di esclusione sociale, sta diminuendo ma è ancora alta. È per questo che in una prospettiva di medio periodo non va allentato lo sforzo di riforma, in Italia come in Europa. Il Governo ritiene pertanto prioritario avanzare nella propria strategia a favore di occupazione, innovazione e qualità del capitale umano. Lo sviluppo del settore industriale, in particolare del manifatturiero a più elevata intensità tecnologica, sta beneficiando degli incentivi agli investimenti ma anche della graduale configurazione di un ambiente d’impresa maggiormente incline all’iniziativa imprenditoriale e alla formazione del capitale umano – il Piano Nazionale Impresa 4.0. Parallelamente vanno proseguiti gli sforzi di semplificazione e snellimento di burocrazia e fisco, così come quelli per la riduzione della tassazione che grava su famiglie e imprese.

Continuare a sostenere gli investimenti nel capitale fisico e immateriale a disposizione del Paese ne aumenterà la crescita potenziale e la produttività, rafforzando anche il clima di fiducia, una variabile fondamentale per gli investimenti e il supporto della ripresa.

Documento di Economia e Finanza 2017

SEZIONE I

SEZIONE II

SEZIONE III

Allegati al DEF

Premessa del Ministro Padoan al DEF 2017

Il percorso compiuto e i risultati conseguiti

Il Documento di Economia e Finanza 2017 (DEF) è il quinto elaborato nel corso della legislatura vigente; offre l’opportunità di valutare il percorso compiuto e i risultati finora conseguiti, in base ai quali orientare anche le future scelte di politica economica. Dopo una crisi lunga e profonda, nel 2014 l’economia italiana si è avviata su un sentiero di graduale ripresa andata via via rafforzandosi nel biennio successivo. Il livello del PIL del 2014 è stato rivisto al rialzo di quasi 10 miliardi in termini nominali, quello del 2015 di oltre 9 miliardi rispetto alle stime di un anno fa.
Si tratta di una ripresa più graduale rispetto ai precedenti cicli economici, susseguenti crisi meno profonde e prolungate, ma estremamente significativa in considerazione innanzitutto dell’elevato contenuto occupazionale: in base ai più recenti dati disponibili il numero di occupati ha superato di 734 mila unità il punto di minimo toccato nel settembre 2013. Anche per effetto delle misure comprese nel Jobs Act, il miglioramento delle condizioni del mercato del lavoro si è riflesso in una contrazione del numero degli inattivi, del tasso di disoccupazione, del ricorso alla CIG; ne hanno beneficiato i consumi delle famiglie, in crescita dell’1,3 per cento nel 2016, che il Governo ha sostenuto mediante diverse misure di politica economica.
Diverse evidenze testimoniano anche il recupero di capacità competitiva dell’economia italiana, a lungo fiaccata dal ristagno della produttività che aveva caratterizzato in particolare il decennio precedente la crisi: nello scorso biennio l’avanzo commerciale ha raggiunto livelli elevati nel confronto storico, ed è tra i più significativi dell’Unione Europea. Le prospettive dei settori rivolti alla domanda internazionale restano favorevoli anche nel 2017.
L’irrobustimento della crescita e della competitività ha beneficiato degli interventi di carattere espansivo adottati dal Governo, armonizzati con l’esigenza di proseguire nel consolidamento dei conti pubblici. Il disavanzo è sceso dal 3,0 per cento del PIL nel 2014 al 2,7 nel 2015 fino al 2,4 nel 2016; l’avanzo primario (cioè la differenza tra le entrate e le spese al netto degli interessi sul debito pubblico) è risultato pari all’1,5 per cento del PIL nel 2016.
Per apprezzare appieno lo sforzo prodotto dal Paese in termini di aggiustamento fiscale negli anni passati, va considerato che tra il 2009 e il 2016 l’Italia risulta il Paese dell’Eurozona che assieme alla Germania ha mantenuto l’avanzo primario in media più elevato e tra i pochi ad aver prodotto un saldo positivo, a fronte della gran parte degli altri Paesi membri che invece hanno visto deteriorare la loro posizione nel periodo.
La politica di bilancio ha dato priorità agli interventi che favoriscono investimenti, produttività e coesione sociale. La scelta di impiegare l'incremento di gettito prodotto dal contrasto all'evasione fiscale per la riduzione di imposte ha consentito, insieme al rafforzamento della crescita, di ridurre significativamente la pressione fiscale. La somma delle diverse riduzioni d’imposta o misure equivalenti, a partire dalla riduzione dell'Irpef di 80 euro mensili per i lavoratori dipendenti con redditi medio-bassi, ha già portato la pressione fiscale al 42,3 per cento nel 2016 (al netto della riduzione Irpef di 80 euro), dal 43,6 nel 2013. In aggiunta agli sgravi a favore delle famiglie, si è decisamente abbassata l’aliquota fiscale totale per le imprese tramite gli interventi su IRAP (2015), IMU (2016) e IRES (2017).
Anche l’evoluzione del rapporto debito/PIL riflette una strategia orientata al sostegno della crescita e alla sostenibilità delle finanze pubbliche: dopo essere aumentato di oltre 32 punti percentuali tra il 2007 e il 2014, l’indicatore negli ultimi due anni si è sostanzialmente stabilizzato, un risultato tanto più importante alla luce della limitata dinamica dei prezzi nel periodo.

Le prospettive di crescita e delle finanze pubbliche, nel solco della strategia finora adottata

L’obiettivo prioritario del Governo – e della politica di bilancio delineata nel DEF – resta quello di innalzare stabilmente la crescita e l’occupazione, nel rispetto della sostenibilità delle finanze pubbliche; in tal senso le previsioni formulate sono ispirate ai principi di prudenza che hanno caratterizzato l'elevata affidabilità di stime e proiezioni degli ultimi anni, al fine di assicurare l’affidabilità della programmazione della finanza pubblica.
L’evoluzione congiunturale dell’economia italiana è favorevole. Nella seconda metà del 2016 la crescita ha ripreso slancio, beneficiando del rapido aumento della produzione industriale e, dal lato della domanda, di investimenti ed esportazioni. La fiducia delle imprese italiane sta aumentando notevolmente in un contesto europeo che si fa via via più solido.
Restano sullo sfondo preoccupazioni connesse a rischi geopolitici e alle conseguenze di eventuali politiche commerciali protezionistiche promosse dalla nuova amministrazione statunitense. Tra i diversi fattori alla base dell’accresciuta incertezza hanno acquisito un ruolo crescente anche i risultati delle consultazioni referendarie o elettorali in Europa e negli USA, che in questa fase sembrano non soltanto prospettare l'avvicendamento tra visioni politiche alternative ma rischiano anche di innescare effetti sistemici di instabilità.
Rispetto alle previsioni precedenti, il quadro odierno beneficia dell’espansione dei mercati di esportazione dell’Italia e del deprezzamento del cambio. Il miglioramento dei dati economici e delle aspettative nelle economie avanzate, Italia compresa, potrebbe giustificare una significativa revisione al rialzo della previsione di crescita del PIL per il 2017. Si è tuttavia scelto di adoperare valutazioni caute, ponendo la previsione di crescita programmatica per il 2017 all’1,1 per cento (solo un decimo più alta rispetto alla Nota di Aggiornamento del DEF 2016).
È intenzione del Governo continuare nel solco delle politiche economiche adottate sin dal 2014, volte a liberare le risorse del Paese dal peso eccessivo dell’imposizione fiscale e a rilanciare al tempo stesso gli investimenti e l’occupazione, nel rispetto delle esigenze di consolidamento di bilancio. Nello scenario programmatico prosegue la discesa dell’indebitamento netto al 2,1 per cento nel 2017, quindi all’1,2 nel 2018, allo 0,2 nel 2019 fino a raggiungere un saldo nullo nel 2020; le previsioni incorporano le misure di politica fiscale e controllo della spesa, in via di definizione, che ridurranno l’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche dello 0,2 per cento del PIL nel 2017. La variazione del saldo strutturale è in linea con il braccio preventivo del Patto di Stabilità e Crescita in tutto il triennio 2018-2020. Il pareggio di bilancio strutturale verrebbe pienamente conseguito nel 2019 e nel 2020.
In merito alle clausole di salvaguardia tuttora previste in termini di aumento delle aliquote IVA e delle accise, il Governo intende sostituirle con misure sul lato della spesa e delle entrate, comprensive di ulteriori interventi di contrasto all’evasione. Tale obiettivo sarà perseguito nella Legge di Bilancio per il 2018, la cui composizione verrà definita nei prossimi mesi, anche sulla scorta della riforma delle procedure di formazione del bilancio che faciliterà la revisione della spesa.
La previsione del rapporto debito/PIL formulata per il 2017 è pari al 132,5 per cento; incorpora eventuali interventi di ricapitalizzazione precauzionale di alcune banche e proventi da dismissioni immobiliari e di quote di aziende pubbliche. Dopo la stabilizzazione conseguita negli ultimi esercizi, si tratterebbe del primo lieve decremento dell’indicatore dall’avvio della crisi.
Il Governo ritiene prioritario proseguire nell’azione di rilancio degli investimenti pubblici; pesano in tal senso significativamente le manovre di finanza pubblica adottate tra il 2008 e il 2013, che considerati i tempi di realizzazione delle opere stanno frenando la crescita della spesa per gli investimenti negli anni successivi. Per conseguire una maggiore efficienza e razionalizzazione della spesa per investimenti occorre riattivare un corretto percorso di programmazione e valutazione delle opere, fornendo certezze procedurali e finanziarie indispensabili all’attività di investimento; a fronte della carenza di capacità di valutazione e progettazione delle stazioni appaltanti e delle Amministrazioni che programmano e finanziano la realizzazione di opere pubbliche, il Governo intende costituire organismi che a livello centrale svolgano attività di supporto tecnico e valutativo alle Amministrazioni anche locali.
Accanto al rilancio degli investimenti pubblici il Governo intende proseguire nell’azione di rafforzamento della capacità competitiva delle imprese italiane, nel solco degli interventi disposti negli ultimi tre anni. Le misure intraprese per sostenere tutti i fattori produttivi hanno canalizzato le energie delle imprese italiane verso la crescita dimensionale e l’internazionalizzazione, aprendo in modo decisivo il sistema Italia per attrarre capitali, persone e idee dall’estero. Le misure di ‘Finanza per la Crescita’ stanno aiutando le imprese a migliorare la governance e ad accedere al mercato dei capitali; la recente riforma dei Piani Individuali di Risparmio fornisce, per la prima volta, uno strumento che permette di canalizzare risparmio privato verso l’economia reale italiana.
Gli incentivi alla produttività del lavoro hanno completato l’azione del Jobs Act, mentre le misure di agevolazione degli ammortamenti stanno sostenendo la ripresa degli investimenti privati, in particolare quelli in tecnologia. Il credito d’imposta per ricerca e sviluppo e il patent box, anch’essi recentemente introdotti, sono ulteriori misure di incentivo alle imprese italiane a posizionarsi nella parte più alta della catena del valore. Inoltre, il taglio delle imposte ha consentito alle imprese italiane di migliorare la propria posizione competitiva, in particolare verso i principali Paesi europei; più in generale gli interventi sulla fiscalità d’impresa ne hanno favorito la patrimonializzazione, rendendo la tassazione neutrale rispetto alla forma giuridica prescelta.
Per il sostegno degli investimenti delle imprese e delle famiglie italiane il sistema bancario continuerà a svolgere un ruolo cruciale, sebbene l'introduzione e la promozione di nuovi canali e strumenti di finanziamento dovrebbe ridurne la dipendenza dagli intermediari finanziari esclusivamente bancari. Per favorirne l’adattamento del modello di business alle opportunità offerte dal nuovo ambiente, a partire dal 2015 diversi interventi hanno rinnovato e rafforzato profondamente il comparto, rimuovendo alcuni dei vincoli che hanno frenato nel tempo il sistema del credito, quali ad es. l’eccessiva frammentazione dell’offerta e i tempi eccessivi di recupero dei crediti deteriorati.
La riforma delle banche popolari, l’autoriforma delle Fondazioni bancarie sostenuta dal Governo, la riforma delle banche di credito cooperativo (BCC) concorrono al consolidamento del settore bancario: le nuove aggregazioni ci consegnano banche più grandi, più forti e più trasparenti, capaci di valorizzare e tutelare il risparmio e di sostenere la ripresa con servizi più moderni ed efficienti a famiglie e imprese. Le riforme promosse con l’obiettivo di elevare la qualità del governo societario delle banche e rafforzarne la capacità di raccogliere capitali sul mercato facilitano anche lo smobilizzo dei crediti deteriorati; in tale ambito, l’introduzione di meccanismi di garanzia sulle cartolarizzazioni delle sofferenze e la velocizzazione dei tempi di recupero crediti, in Italia particolarmente elevati, riducono i costi di recupero migliorandone la valutazione in caso di cessione. I dati più recenti mostrano alcune positive inversioni di tendenza nel comparto.

Il Programma Nazionale di Riforma

Le misure di impulso alla crescita, agli investimenti e all’occupazione si accompagnano agli sforzi promossi in questi anni per rimuovere gli impedimenti strutturali alla crescita su molti fronti, quali ad esempio il mercato del lavoro, il settore bancario, il mercato dei capitali, le regole fiscali, la scuola, la pubblica amministrazione, la giustizia civile. Il Programma Nazionale di Riforma 2017 intende proseguire nell’ambiziosa azione riformatrice avviata nel 2014 per il cambiamento strutturale del tessuto economico e sociale del Paese; una parte significativa del programma iniziale di interventi è stata realizzata, come riconosciuto anche dal recente Rapporto sull’Italia redatto dalla Commissione Europea.
Tra i principali interventi adottati negli ultimi dodici mesi, si sono poste le basi per una Pubblica Amministrazione più efficiente, semplice e digitale, parsimoniosa e trasparente; sono stati individuati strumenti operativi per fronteggiare la mole dei crediti in sofferenza frutto della crisi, sono stati forniti al sistema bancario gli strumenti per massimizzare le soluzioni di mercato con il supporto della garanzia dello Stato; si è ultimata la riforma del mercato del lavoro, che sta favorendo la crescita dell’occupazione e della qualità del lavoro; per la prima volta il Paese si è dotato di uno strumento nazionale e strutturale di lotta alla povertà – il Sostegno per l'inclusione attiva che verrà sostituito dal Reddito di Inclusione – che mira a promuovere il reinserimento nella società e nel mondo del lavoro di coloro che ne sono esclusi.
Il Piano Industria 4.0 – basato su interventi a sostegno della produttività, della flessibilità e della competitività delle nostre produzioni – intende favorire un cambiamento produttivo e tecnologico volto alla decisa crescita della competitività. Sono stati conseguiti numerosi progressi in materia di giustizia civile e una sostanziale riduzione dell’arretrato del processo amministrativo. Sono state portate avanti le semplificazioni e i piani per le infrastrutture e la logistica, e di rilancio delle periferie degradate delle grandi città. È stata completata la riforma del bilancio con l’unificazione della Legge di Bilancio e della Legge di Stabilità in un unico provvedimento integrato. La riforma dell'amministrazione fiscale è stata completamente attuata sul piano formale e oggi produce effetti sostanziali grazie all'introduzione di attitudini e comportamenti che stanno migliorando il rapporto con il contribuente, aumentando il tasso di adempimento spontaneo. Sono state infine potenziate le misure per il rientro dei cervelli e l’attrazione del capitale umano.
Nonostante la numerosità e il peso delle riforme adottate abbiamo bisogno di proseguire senza indugio lungo il cammino: gli interventi sulla struttura dell’economia hanno bisogno di tempo per dispiegare appieno i propri effetti e, sostenendosi reciprocamente, rilanciare il potenziale di crescita.
Tra le priorità del Governo figura l’esigenza di aprire maggiormente al mercato diversi settori, con l’obiettivo di apportare benefici apprezzabili dai cittadini in termini di maggiore offerta, investimenti, produttività e crescita: dai servizi professionali, al commercio al dettaglio, ai servizi pubblici locali. In tal senso l’approvazione della Legge annuale per la concorrenza in tempi rapidi è un obiettivo imprescindibile, insieme all’immediata definizione di un appropriato strumento legislativo a cui affidare i prossimi passi in materia di liberalizzazioni.
In materia di lavoro al Jobs Act deve fare seguito un rafforzamento delle politiche attive del lavoro, di quelle volte a stimolare le competenze nonché di misure a sostegno del welfare familiare. D’altra parte gli interventi in materia di lavoro sono anche alla base delle politiche di stimolo alla crescita e alla produttività. In questo contesto il Governo ritiene fondamentale il ruolo della contrattazione salariale di secondo livello che deve essere ulteriormente valorizzata con interventi sempre più mirati in materia di welfare aziendale.
L’azione di contrasto alla povertà sarà incentrata su una strategia innovativa delineata dalla legge delega approvata nel marzo scorso dal Parlamento, che il Governo ha ferma intenzione di attuare nel corso dei prossimi mesi. Questa autorizza il Governo ad intervenire su tre ambiti: i) il varo del Reddito di Inclusione, misura universale di sostegno economico ai nuclei in condizione di povertà che prenderà il posto del Sostegno per l'inclusione attiva, con un progressivo ampliamento della platea di beneficiari (già nel 2017 oltre 400 mila nuclei familiari, per un totale di 1 milione e 770 mila persone), una ridefinizione del beneficio economico condizionato alla partecipazione a progetti di inclusione sociale e un rafforzamento dei servizi di accompagnamento verso l’autonomia; ii) il riordino delle prestazioni assistenziali finalizzate al contrasto della povertà (carta acquisti per minori e l’assegno di disoccupazione ASDI); iii) il rafforzamento e coordinamento degli interventi in materia di servizi sociali, finalizzato a garantire maggiore omogeneità territoriale nell’erogazione delle prestazioni. Le risorse stanziate ammontano complessivamente a circa 1,2 miliardi per il 2017 e 1,7 per il 2018.
Nei prossimi mesi proseguirà l’attuazione delle misure di riforma della giustizia già avviate, con particolare riguardo al processo penale, all’efficienza del processo civile e alla prescrizione. L’azione del Governo tende ad armonizzare l’esigenza di assicurare tempi congrui per l’accertamento dei fatti di reato con quella volta a garantire la ragionevole durata del processo. Verranno incrementate le risorse a disposizione dell’amministrazione giudiziaria. Si promuoverà ulteriormente l’adozione di best practices che consentano di armonizzare le performance dei tribunali in termini qualitativi e quantitativi. Il perfezionamento del quadro legislativo in materia di insolvenza renderà più efficace la gestione delle procedure concorsuali, anche al fine di stabilire una regolazione organica della materia e dare maggiore certezza alle imprese in crisi.
Nel marzo 2017 si è conclusa la rendicontazione del ciclo di programmazione 2007-2013. Nonostante il ritardo accumulato nella spesa fino al 2013, per effetto di una riprogrammazione efficace, di un rinnovato impulso politico e di azioni innovative di supporto amministrativo alle autorità di gestione, la rendicontazione si è chiusa al 31 marzo 2017 con il pieno assorbimento delle risorse europee. La nuova programmazione 2014-2020 si è avviata sia rafforzando la cooperazione istituzionale e la programmazione, coordinata con le regioni attraverso la cabina di regia per la gestione dei fondi di sviluppo e coesione, sia attraverso una nuova politica meridionalista, fondata su un ruolo attivo del Governo e una forte responsabilizzazione delle Amministrazioni territoriali, attuata mediante il Masterplan e i Patti per il Sud.
Si è rafforzata, in continuità con il Governo precedente, la centralità delle politiche di coesione e della questione meridionale come questione nazionale. Gli interventi immediati di rafforzamento del credito d’imposta su investimenti privati, di riequilibrio della spesa ordinaria in conto capitale delle Amministrazioni centrali a favore del Mezzogiorno, le innovazioni istituzionali per l’efficacia della programmazione e progettazione degli interventi e l’accelerazione della spesa sui programmi di coesione, accanto ai segnali di vitalità dell’economia del Mezzogiorno negli ultimi due anni, confermano l’obiettivo di una svolta nelle politiche e nella dinamica del divario tra Mezzogiorno e resto del Paese.
A misure di sostegno dei redditi e di modernizzazione del sistema continuerà a essere affiancata una strategia organica di revisione della spesa pubblica; la prosecuzione dell’opera di risanamento dei conti pubblici poggerà anche su una nuova fase della spending review, che dovrà essere più selettiva e al tempo stesso coerente con i principi stabiliti dalla riforma del bilancio. Tale obiettivo passa anche per un più esteso utilizzo degli strumenti per la razionalizzazione degli acquisti di beni e servizi da parte della PA.

Il benessere equo e sostenibile

La crisi e prima ancora la globalizzazione hanno reso evidenti i limiti di politiche economiche volte esclusivamente alla crescita del PIL. L’aumento delle diseguaglianze negli ultimi decenni in Italia e in gran parte dei Paesi avanzati, la perdurante insufficiente attenzione alla sostenibilità ambientale richiedono un arricchimento del dibattito pubblico e delle strategie di politica economica.
In questa prospettiva, nell’agosto del 2016 il Parlamento con voto a larga maggioranza ha inserito nella riforma della legge di contabilità e finanza pubblica il benessere equo e sostenibile tra gli obiettivi della politica economica del Governo. Il DEF dovrà riportare l’evoluzione delle principali dimensioni del benessere nel triennio passato e, per le stesse variabili, dovrà prevedere l’andamento futuro nonché l’impatto delle politiche. L’Italia è il primo Paese avanzato a darsi un compito del genere.
In attesa delle conclusioni del Comitato per gli indicatori di benessere equo e sostenibile al quale la legge dà il mandato di selezionare e definire gli indicatori che i governi saranno tenuti ad usare per monitorare l’evoluzione del benessere e valutare l’impatto delle politiche, il Governo ha deciso di introdurre in via provvisoria alcuni indicatori di benessere già in questo esercizio. Accanto agli obiettivi tradizionali – in primis PIL e occupazione che continuano a essere indicatori cruciali al fine di stimare e promuovere il benessere dei cittadini – il DEF illustra l’andamento del reddito medio disponibile, della diseguaglianza dei redditi, della mancata partecipazione al mercato del lavoro, delle emissioni di CO2 e altri gas clima alteranti. Per le stesse variabili il DEF fissa anche gli obiettivi programmatici.
I dati mostrano, per il triennio 2014-2016, un sostanziale miglioramento degli indicatori considerati con l’eccezione delle emissioni che, ovviamente, risentono degli effetti della ripresa economica. In particolare, la disuguaglianza mostra un calo significativo frutto della crescita dell’occupazione e dell’efficacia delle misure messe in campo in questi anni. Il Governo si pone l’obiettivo di continuare a ridurre la diseguaglianza nel corso del prossimo triennio.

La necessaria riforma dell’Unione europea

Il Governo italiano ritiene prioritario continuare a promuovere la propria strategia di riforma delle istituzioni europee. È necessaria una nuova governance che, accanto all’integrazione monetaria e finanziaria, dovrà ripartire dalla centralità della crescita economica, dell’occupazione e dell’inclusione sociale, introducendo strumenti di condivisione dei rischi tra i Paesi membri, accanto a quelli di riduzione dei rischi associati a ciascuno di essi. Una crescente condivisione dei rischi aumenta la capacità di aggiustamento e la flessibilità degli Stati membri agli choc, contribuendo a ridurre i rischi specifici degli stessi. La nuova governance dell’area dovrà incentivare politiche di bilancio favorevoli alla crescita, migliorandone anche la distribuzione tra gli Stati membri.
L’Europa dovrà dotarsi di meccanismi condivisi in grado di alleviare i costi delle riallocazioni del fattore lavoro e delle crisi che colpiscano un comparto o un territorio; uno strumento comune di stabilizzazione macroeconomica consentirà anche ai Paesi soggetti a vincoli di bilancio stringenti di adottare politiche anticicliche, facendo fronte all’aumento del tasso di disoccupazione in caso di choc asimmetrici. La maggiore condivisione dei rischi tra i Paesi non ridurrebbe gli incentivi all’adozione delle riforme nazionali. Invece, la mancata condivisione degli sforzi per far fronte a nuove sfide comuni rischia di mettere a repentaglio beni pubblici europei essenziali per il processo d’integrazione.
La gestione dei flussi di migranti e richiedenti asilo verso i Paesi dell’Unione rappresenta una sfida senza precedenti che l’Europa si trova oggi ad affrontare sul terreno della libertà di circolazione delle persone, del rispetto dei diritti umani, della sicurezza dei cittadini europei. È una crisi sistemica alla quale bisogna fornire una risposta comune a livello europeo, mediante una gestione comune delle frontiere. È necessario pianificare e attuare politiche di integrazione nei mercati del lavoro nazionali; questo permetterebbe di cogliere i benefici storicamente associati all’immigrazione, che per una società che invecchia superano nel medio-lungo termine i costi di breve periodo associati alla gestione dei flussi migratori. Parallelamente, va instaurata una cooperazione mirata e rafforzata con i Paesi di origine e transito dei flussi che preveda un piano di investimenti per fronteggiare le cause di fondo del fenomeno, la ricerca di condizioni di vita dignitose, della sicurezza, del lavoro. All’offerta di supporto finanziario e operativo ai Paesi partner devono corrispondere impegni precisi in termini di efficace controllo delle frontiere, riduzione dei flussi di migranti, cooperazione in materia di rimpatri/riammissioni, rafforzamento dell’azione di contrasto al traffico di esseri umani e al terrorismo.

***

Alla luce delle esigenze di consolidamento dettate dall'elevato debito pubblico accumulato negli anni precedenti, a partire dal 2014 i limitati spazi di bilancio sono stati utilizzati a sostegno della crescita e della competitività. Grazie a una nuova attenzione alla composizione del budget, tagliando spese improduttive per finanziare la diminuzione del carico fiscale e gli investimenti, il Paese ha intrapreso un sentiero virtuoso stretto tra due esigenze contrapposte, ridurre il deficit e sostenere la crescita. In questo modo si sono riguadagnati tassi di crescita del prodotto positivi, evitate pericolose cadute del livello dei prezzi, si è contenuto il disavanzo pubblico e stabilizzato il debito.
Non sono risultati da sottovalutare. Così come non vanno sottovalutati in prospettiva i vincoli stringenti che la finanza pubblica continuerà a fronteggiare, connessi a una verosimile riduzione degli stimoli monetari, a obiettivi di medio termine che non sono ancora stati raggiunti, agli elevati e diffusi rischi geo-politici. Il segno, la composizione e l’intensità delle politiche economiche che verranno adottate dal Governo continueranno a iscriversi nel sentiero delineato.
L’intensità del consolidamento di bilancio, ma anche le diverse opzioni di politica economica, saranno dunque valutate non solo in base agli obiettivi di breve termine, ma soprattutto per le implicazioni di medio e lungo termine, anche considerando che la marcia verso una finanza pubblica solida è un impegno doveroso nei confronti delle nuove generazioni. Una finanza pubblica sana produce effetti concreti sul bilancio, poiché contribuisce a contenere la spesa per interessi che assorbe risorse altrimenti destinabili agli obiettivi di politica economica, quali la riduzione del carico fiscale, gli investimenti, l'inclusione sociale.
Una attenta riflessione sul valore concreto della credibilità del Paese appare particolarmente rilevante alla luce delle aspettative di consenso che vogliono la BCE terminare il proprio programma di acquisti di titoli sovrani entro la fine del 2018. L’Italia non dovrà farsi trovare impreparata.

I numeri principali

TAVOLA I.4: INDICATORI DI FINANZA PUBBLICA (in percentuale del PIL)(1)
  2015 2016 2017 2018 2019 2020
QUADRO PROGRAMMATICO
Indebitamento netto -2,6 -2,5 -2,1 -1,6 -0,9 -0,2
Saldo primario 1,5 1,5 1,7 2,0 2,6 3,3
Interessi 4,1 4,0 3,8 3,6 3,5 3,5
Indebitamento netto strutturale(2) -0,1 -0,9 -1,3 -1,0 -0,6 -0,2
Variazione strutturale 0,3 -0,8 -0,4 0,3 0,4 0,4
Debito pubblico (lordo sostegni)(3) 131,5 132,0 131,6 130,0 127,1 123,9
Debito pubblico (netto sostegni)(3) 128,0 128,5 128,2 126,7 123,9 120,8
Obiettivo per la regola del debito(4)           122,8
Proventi da privatizzazioni 0,4 0,1 0,2 0,3 0,3 0,3
QUADRO TENDENZIALE
Indebitamento netto -2,6 -2,5 -2,1 -1,0 -0,3 -0,1
Saldo primario 1,5 1,5 1,7 2,6 3,3 3,5
Interessi 4,1 4,0 3,8 3,6 3,5 3,6
Indebitamento netto strutturale(2) -0,2 -1,0 -1,4 -0,3 0,2 0,0
Variazione strutturale 0,2 -0,8 -0,4 1,1 0,5 -0,1
Debito pubblico (lordo sostegni)(3) 131,5 132,0 131,6 129,9 127,1 124,3
Debito pubblico (netto sostegni)(3) 128,0 128,5 128,2 126,6 123,9 121,2
MEMO: DEF (aprile 2017), quadro programmatico
Indebitamento netto -2,7 -2,4 -2,1 -1,2 -0,2 0,0
Saldo primario 1,5 1,5 1,7 2,5 3,5 3,8
Interessi 4,1 4,0 3,9 3,7 3,7 3,8
Indebitamento netto strutturale(2) -0,5 -1,2 -1,5 -0,7 0,1 0,0
Variazione strutturale 0,2 -0,8 -0,4 1,1 0,5 -0,1
Debito pubblico (lordo sostegni)(5) 132,1 132,6 132,5 131,0 128,2 125,7
Debito pubblico (netto sostegni)(5) 128,5 129,1 129,1 127,7 125,0 122,6
PIL nominale tendenziale (val. assoluti x 1.000)  1.652,2 1.680,5 1.716,5 1.768,7 1.821,7 1.876,6
PIL nominale programmatico (val. assoluti x 1.000)   1.652,2 1.680,5 1.716,5 1.770,3 1.830,6 1.893,3
  • (1) Eventuali imprecisioni derivano da arrotondamenti.
  • (2) Al netto delle una tantum e della componente ciclica.
  • (3) Al lordo ovvero al netto delle quote di pertinenza dell’Italia dei prestiti a Stati membri dell'UEM, bilaterali o attraverso l'EFSF, e del contributo al capitale dell'ESM. A tutto il 2016 l'ammontare di tali quote è stato pari a circa 58,2 miliardi, di cui 43,9 miliardi per prestiti bilaterali e attraverso l'EFSF e 14,3 miliardi per il programma ESM (cfr. Banca d’Italia, bollettino statistico ‘Finanza pubblica: fabbisogno e debito’ del 15 settembre 2017). I valori di consuntivo del 2015 e del 2016 tengono conto delle revisioni del PIL contenute nelle Tabelle allegate al comunicato stampa Istat “Conti economici nazionali del 2016” del 22 settembre 2017. Le stime considerano proventi da privatizzazioni e altri proventi finanziari pari allo 0,2 per cento nel 2017 e 0,3 per cento del PIL annuo nel periodo 2018-2020. Le stime programmatiche scontano l’ipotesi di una uscita graduale dalla Tesoreria Unica solo a partire dal 2021. Le stime scontano l’ipotesi di una riduzione delle giacenze di liquidità del MEF per circa 0,7 per cento del PIL nel 2017 e per oltre lo 0,1 per cento di PIL nel 2018 e nel 2019. Lo scenario dei tassi di interesse utilizzato per le stime si basa sulle previsioni implicite derivanti dai tassi forward sui titoli di Stato italiani del periodo di compilazione del presente documento.
  • (4) Livello del rapporto debito/PIL che assicurerebbe l’osservanza della regola sulla base della dinamica prevista al 2020 (criterio forward-looking). Per ulteriori dettagli si veda il Paragrafo III.4.
  • (5) Al lordo ovvero al netto delle quote di pertinenza dell’Italia dei prestiti a Stati membri dell'UEM, bilaterali o attraverso l'EFSF, e del contributo al capitale dell'ESM. Le stime considerano proventi da privatizzazioni e ulteriori risparmi destinati al Fondo ammortamento pari allo 0,3 per cento del PIL negli anni 2017-2020.

L'ultimo aggiornamento disponibile di "BILANCIO APERTO", l'app curata dalla Ragioneria Generale dello Stato, consente di visualizzare in formato grafico alcuni degli indicatori riportati nella Tavola I.4.
Vengono pubblicati di seguito così da renderli disponibili anche a chi non possiede smartphone o tablet o non ha eseguito il download dell'app.

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